Mese: marzo 2016

Buona Pasqua

Resurrezione di Luca Giordano - Residenzgalerie, Salzburg

Cristo è risorto, alleluia!

Vinta è ormai la morte, alleluia!

Canti l’universo, alleluia,

un inno di gioia al nostro Redentor.

Con la sua morte, alleluia,

ha ridato all’uomo la vera libertà.

Segno di speranza, alleluia,

luce di salvezza per questa umanità.

(George Friderick Handel)

 

Alleluja (Haendel)

 


Paese che vai Capodanno che trovi.

In Italia il Capodanno oscillò per lungo tempo tra le date del Natale (25 dicembre) e della

Incarnazione (25 marzo). Naturalmente non mancavano le eccezioni come quelle della Puglia, della Calabria, di Amalfi e della Sardegna, dove l’anno nuovo iniziava ufficialmente il 1 settembre, secondo lo “Stile bizantino”. T

In alcune città, come Milano e Bologna, le abitudini di festeggiare il Capodanno il 25 dicembre o il 25 marzo si alternarono nel corso dei secoli. A Roma, dal X al XVII secolo, la festa di inizio anno coincise sempre con quella del Natale, con un intermezzo voluto da alcuni papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione. Napoli si adeguò allo “stile dell’Incarnazione” nell’anno 1270. Prima festeggiava il Capodanno il giorno della nascita di Gesù. Ma pochi anni dopo, all’epoca di Carlo I (1282-1285) fu introdotto lo “stile della Pasqua”. E sotto il Vesuvio il Capodanno si iniziò a festeggiare in date variabANGELICO_anunciazioneili, che seguivano l’andamento della grande festa cristiana. Ma solo dopo quattro anni si tornò all’antico. E si ripristinò la data del 25 marzo. Nel nord della penisola, il computo del Capodanno a partire dalla Natività era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Rimini e Como (ma in questo caso solo fino al Quattrocento). Festeggiavano il Capodanno il 25 dicembre anche Orvieto e alcune città toscane come Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona.

Anche in Europa esistevano delle differrenze.

In Francia l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione. Lo stesso avveniva in Inghilterra e anche in Irlanda: fino al XII secolo, la data dell’inizio dell’anno oscillò tra il giorno della nascita e quello del momento del concepimento del Redentore, quando Maria accettò l’annuncio che le portava l’Arcangelo Gabriele:

Altra data fondamentale era il solstizio d’inverno, una data che celebrava il riallungarsi delle giornate, (all’epoca coincideva con il 25 Dicembre) ma che venne adottata poi dalla Chiesa come la nascita di Cristo…Caduto l’Impero Romano e passate le invasioni barbariche, nel Medioevo i territori toscani erano contesi principalmente da quattro città (Lucca, Pisa, Firenze e Siena) che volevano primeggiare sulle altre non solo militarmente ma anche imporre i loro usi e costumi (unità di misura, leggi, monete, ecc…) tra i quali anche il calendario, che era come se si volesse gestire il tempo…

Sebbene si volesse mantenere punti di vista differenti, con un’economia votata all’agricoltura, i calendari si rifacevano sempre agli eventi naturali che, sebbene pagani, spesso coincidevano con quelli cristiani, facendo sì che per molti l’inizio dell’anno era coincidente.

In Toscana venne deciso di prendere come riferimento l’Annunciazione di Maria, ossia nove mesi prima del 25 Dicembre e (nascita di Gesù Cristo), cadendo inevitabilmente nelle calende di marzo… il 25 Marzo.

Ma la differenza più singolare, tanto per cambiare, era quella tra Firenze e Pisa. Entrambe le città prendevano come data di riferimento quella della Incarnazione. Entrambe usavano la formula di rito: “Anno ab Incarnatione Domini”. Ma ognuna festeggiava il Capodanno a modo suo. Due scuole di pensiero e due date diverse: lo “Stile Pisano” e lo “Stile Fiorentino”, dettavano la regola anche in altri territori. Pisa anticipava di nove mesi la data della Natività. E quindi faceva partire il Capodanno il 25 marzo. La città di Firenze, da sempre legata al culto della Madonna, usava festeggiare l’inizio dell’anno il giorno della festa dell’Annunciazione, ma posticipava di tre mesi la data, a partire dal giorno della nascita di Cristo. Di conseguenza, nelle città rivali, la festa di Capodanno del 25 marzo, riguardava anni diversi: Pisa anticipava Firenze di 12 mesi. La Toscana si uniformò al resto d’Italia e d’Europa e iniziò a considerare l’inizio dell’anno solare il 1 gennaio, soltanto il 20 novembre del 1749, quando il granduca Francesco Stefano di Lorena abolì per decreto la feste di Capodanno celebrate il 25 di marzo.


Primavera in anticipo… forse

Abbiamo imparato fin da bambini che la primavera inizia il 21 marzo!

Ma allora la primavera è iniziata in anticipo quest’anno?

L’equinozio è quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore. Esso ricorre due volte durante l’anno solare e, in tale momento, il periodo diurno e quello notturno sono uguali, giungendo i raggi solari perpendicolarmente all’asse di rotazione della Terra.

Gli equinozi avvengono  a circa sei mesi di distanza l’uno dall’altro, più precisamente a marzo e a settembre del calendario civile; analogamente ai solstizi, essi sono convenzionalmente assunti come momento in cui avviene il cambio delle stagioni astronomiche. Nell’emisfero boreale l’equinozio di marzo segna la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

p-gamma

 

L’equinozio di primavera, non cade necessariamente il 21 marzo, questa data fu stabilita convenzionalmente dal Concilio di Nicea nel 325 d.C. e poi confermata nel 1582 da Papa Gregorio XIII. L’equinozio si riferisce all’istante in cui il Sole nel suo moto apparente attraversa il punto dell’intersezione tra l’eclittica e l’equatore celeste (chiamato anche primo punto d’Ariete perché anticamente si trovava nella costellazione dell’Ariete o punto gamma (γ) perché questa lettera è simile al simbolo stilizzato dell’Ariete).

Quindi l’equinozio di primavera è stato ieri 20 marzo ma sarà così anche nei prossimi anni.

La primavera astronomica tornerà ad iniziare il 21 marzo solo nel 2102. Intanto, l’equinozio di primavera continuerà a essere il 20 marzo fino al 2020.

Tabella degli equinozi e del solstizi


Domenica delle Palme

Oggi primo giorno di primavera, si celebra la Domenica delle Palme, inizio della Settimana Santa. Riporto di seguito l’omelia di Papa Francesco ripresa dal sito web del Vaticano.

CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

«Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr Lc 19,38), gridava festante la folla di Gerusalemme accogliendo Gesù. Abbiamo fatto nostro quell’entusiasmo: agitando le palme e i rami di ulivo abbiamo espresso la lode e la gioia, il desiderio di ricevere Gesù che viene a noi. Sì, come è entrato a Gerusalemme, Egli desidera entrare nelle nostre città e nelle nostre vite. Come fece nel Vangelo, cavalcando un asino, viene a noi umilmente, ma viene «nel nome del Signore»: con la potenza del suo amore divino perdona i nostri peccati e ci riconcilia col Padre e con noi stessi.

Gesù è contento della manifestazione popolare di affetto della gente, e quando i farisei lo invitano a far tacere i bambini e gli altri che lo acclamano risponde: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40). Niente poté fermare l’entusiasmo per l’ingresso di Gesù; niente ci impedisca di trovare in Lui la fonte della nostra gioia, la gioia vera, che rimane e dà la pace; perché solo Gesù ci salva dai lacci del peccato, della morte, della paura e della tristezza.

Ma la Liturgia di oggi ci insegna che il Signore non ci ha salvati con un ingresso trionfale o mediante potenti miracoli. L’apostolo Paolo, nella seconda Lettura, sintetizza con due verbi il percorso della redenzione: «svuotò» e «umiliò» sé stesso (Fil 2,7.8). Questi due verbi ci dicono fino a quale estremo è giunto l’amore di Dio per noi. Gesù svuotò sé stesso: rinunciò alla gloria di Figlio di Dio e divenne Figlio dell’uomo, per essere in tutto solidale con noi peccatori, Lui che è senza peccato. Non solo: ha vissuto tra noi in una «condizione di servo» (v. 7): non di re, né di principe, ma di servo. Quindi si è umiliato, e l’abisso della sua umiliazione, che la Settimana Santa ci mostra, sembra non avere fondo.

Il primo gesto di questo amore «sino alla fine» (Gv 13,1) è la lavanda dei piedi. «Il Signore e il Maestro» (Gv 13,14) si abbassa fino ai piedi dei discepoli, come solo i servi facevano. Ci ha mostrato con l’esempio che noi abbiamo bisogno di essere raggiunti dal suo amore, che si china su di noi; non possiamo farne a meno, non possiamo amare senza farci prima amare da Lui, senza sperimentare la sua sorprendente tenerezza e senza accettare che l’amore vero consiste nel servizio concreto.

Ma questo è solo l’inizio. L’umiliazione che Gesù subisce si fa estrema nella Passione: viene venduto per trenta denari e tradito con un bacio da un discepolo che aveva scelto e chiamato amico. Quasi tutti gli altri fuggono e lo abbandonano; Pietro lo rinnega tre volte nel cortile del tempio. Umiliato nell’animo con scherni, insulti e sputi, patisce nel corpo violenze atroci: le percosse, i flagelli e la corona di spine rendono il suo aspetto irriconoscibile. Subisce anche l’infamia e la condanna iniqua delle autorità, religiose e politiche: è fatto peccato e riconosciuto ingiusto. Pilato, poi, lo invia da Erode e questi lo rimanda dal governatore romano: mentre gli viene negata ogni giustizia, Gesù prova sulla sua pelle anche l’indifferenza, perché nessuno vuole assumersi la responsabilità del suo destino. E penso a tanta gente, a tanti emarginati, a tanti profughi, a tanti rifugiati, a coloro dei quali molti non vogliono assumersi la responsabilità del loro destino. La folla, che poco prima lo aveva acclamato, trasforma le lodi in un grido di accusa, preferendo persino che al suo posto venga liberato un omicida. Giunge così alla morte di croce, quella più dolorosa e infamante, riservata ai traditori, agli schiavi, ai peggiori criminali. La solitudine, la diffamazione e il dolore non sono ancora il culmine della sua spogliazione. Per essere in tutto solidale con noi, sulla croce sperimenta anche il misterioso abbandono del Padre. Nell’abbandono, però, prega e si affida: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Appeso al patibolo, oltre alla derisione, affronta l’ultima tentazione: la provocazione a scendere dalla croce, a vincere il male con la forza e a mostrare il volto di un dio potente e invincibile. Gesù invece, proprio qui, all’apice dell’annientamento, rivela il volto vero di Dio, che è misericordia. Perdona i suoi crocifissori, apre le porte del paradiso al ladrone pentito e tocca il cuore del centurione. Se è abissale il mistero del male, infinita è la realtà dell’Amore che lo ha attraversato, giungendo fino al sepolcro e agli inferi, assumendo tutto il nostro dolore per redimerlo, portando luce nelle tenebre, vita nella morte, amore nell’odio.

Può sembrarci tanto distante il modo di agire di Dio, che si è annientato per noi, mentre a noi pare difficile persino dimenticarci un poco di noi. Egli viene a salvarci; siamo chiamati a scegliere la sua via: la via del servizio, del dono, della dimenticanza di sé. Possiamo incamminarci su questa via soffermandoci in questi giorni a guardare il Crocifisso, è la “cattedra di Dio”. Vi invito in questa settimana a guardare spesso questa “cattedra di Dio”, per imparare l’amore umile, che salva e dà la vita, per rinunciare all’egoismo, alla ricerca del potere e della fama. Con la sua umiliazione, Gesù ci invita a camminare sulla sua strada. Rivolgiamo lo sguardo a Lui, chiediamo la grazia di capire almeno qualcosa di questo mistero del suo annientamento per noi; e così, in silenzio, contempliamo il mistero di questa Settimana.

 


Alla ricerca della felicità perduta

E’ stato presentato il secondo Rapporto Mondiale della Felicità del 2016, che classifica 156 paesi in base al loro livello di felicità, redatto dal Sustainable Development Solutions Network (Sdsn), organismo dell’Onu dal quale risulta che l’Italia si piazza al 50esimo posto.

Non è importante quale sia il paese al primo posto, la Danimarca , e che alcuni paesi che non potevamo immaginare risultano “più felice del nostro”, es. l’Uzbekistan. Da questo report risulta una cosa che emerge abbastanza chiaramente dalla lettura dei giornali e dalla lettura dei vari commenti sui social network o ascoltando le sempre maggiori lamentele  di amici e conoscenti.

I cittadini italiani non si sentono felici.

Il continuo aumento di consumo di ansiolitici e antidepressivi può essere un altro indicatore. Sicuramente non esistono metodi soggettivi per catalogare la felicità e con tutti i parametri che possiamo utilizzare per questa “misura” una cosa è certa: se una persona non si sente felice non potrà mai essere felice. In qualsiasi condizione socioeconomica o psicologica  essa si trovi!

Inutile disquisire sul perche i paesi che sono in questa classifica in posizione migliore della nostra poi abbiamo un tasso di suicidio più alto del nostro. Non credo ci siano ricette per ri-trovare la felicità perduta (se mai siamo stati più felici). Sicuramente il mondo in cui viviamo non è di aiuto e non sto a fare un elenco degli ostacoli…. darei un contributo ulteriore alla crescita dell’ infelicità :-).

Tanti anni fa lessi i libri di Leo Buscaglia, pieni di voglia di vivere e contagiosi nel suo  ottimismo fuori dal comune. Ci sono tanti spunti nei suoi libri ma mi torna a mente questa frase:“Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’apatia. Posso affrontare l’odio, posso affrontare la collera, posso affrontare la disperazione, posso affrontare chiunque senta qualcosa, ma non posso affrontare il niente.”

L’apatia sicuramente è uno dei componenti che portano all’infelicità di cui è piena la nostra società

 


Pubblico impiego, la riforma dei comparti

Ci stiamo apprestando ad una riforma della pubblica amministrazione che rivoluzionerà il mondo del pubblico impiego.

In meglio? Questo è difficile da dire.

Nei giorni scorsi il ministro Marianna Madia ha firmato l’atto di indirizzo all’Aran per il confronto sulla riforma dei comparti. 

I comparti saranno ridotti a quattro dai dodici in cui oggi è divisa la Pubblica amministrazione.

Questo aspetto appare ai più una questione meramente burocratica e squisitamente sindacale. Ma non è così. Ridurre accorpando contratti nazionali che presentano molte diversità non sarà cosa facile ne indolore.

La sanità,  rimarrà da sola e lo stesso accadrà a Regioni ed enti locali. La scuola sembra destinata a unirsi a università, ricerca e alta formazione artistica e musicale nel «comparto della conoscenza», e tutte le altre Pa dovrebbero unirsi per formare  un grande “compartone”.

Uno dei problemi, anche se non il solo, è quello delle retribuzioni. Nel compartone dovrebbero finire in particolare i ministeri, le agenzie fiscali, e gli enti pubblici non economici (Inps, Istat, Aci, Enav, ……). Le differenze in busta paga fra questi settori che dovrebbero unirsi sono elevate; differenze frutto di storie e organizzazioni diverse.

Difficilmente ci sarà un nuovo tabellare che si attesti sulla base degli stipendi più alti ed impossibile che si attesti su quelli più bassi. Probabilmente succederà come succedeva fino ad oggi quando un dipendente cambiava comparto: quando nel caso di equiparazione lo stipendio nuovo era più basso di quello di provenienza i soldi in più venivano erogati tramite un “ad personam” che veniva riassorbito con gli aumenti dei futuri rinnovi contrattuali. Questo meccanismo per un contratto nazionale con differenze così alte e risorse scarse per i rinnovi porterebbe alcuni lavoratori a vedersi congelare per moltissimi anni lo stipendio.

Altro problema, importantissimo per il funzionamento della macchina amministrativa, è tutta la parte contrattuale che riguarda la normativa. In molti casi già con 12 comparti era difficile scrivere regole che prendessero in considerazione tutti gli aspetti dei lavoratori del comparto ( le agenzie ambientali sono un esempio). Qui dovrà avvenire una vera “rivoluzione” se vogliamo rendere efficace la riforma. Occorre dare linee generali e demandare poi alle realtà particolare la trattativa per le questioni più specifiche per ogni “amministrazione”. Un salto culturale importante e difficile che, se non fatto,  rischia di rendere vano ogni riforma e limitarla ad una mera riforma “economica”

La ripresa di questo paese passa inevitabilmente da una macchina pubblica moderna ed efficiente..